"Greetings, my friends; we are all interested in the future, for there is where you and I are going to spend the rest of our lives."
Criswell, nel prologo di Plan 9 From Outer Space (E. Woods, 1959)
Trad.: "Saluti, amici miei; siamo tutti interessati al futuro, poiché è dove voi ed io andiamo a trascorrere il resto delle nostre vite"
La mia + recente illuminazione che riguarda l'unica fonte possibile per ottenerla, cioè la luce, e la sua manifestazione nei colori dello spettro visibile, mi porta a indagare nel "tempo", nel nostro passato-non-vegetale, e a questa interessante affermazione dal sito degli esperti della Bausch+Lomb:
"Anche nel grembo i bambini sanno riconoscere la differenza tra luce e buio. E alla nascita, essi vedono le forme seguendo le linee dove luce e ombra si incontrano. Però hanno già diverse settimane di vita quando possono vedere il loro primo colore primario – il rosso.
Nelle loro prime settimane, i bambini imparano a usare i loro occhi – in effetti i loro occhi “imparano” come vedere. Mentre ogni occhio ha la struttura fisica che gli occorre per iniziare a vedere normalmente, i due occhi non hanno ancora imparato a funzionare assieme – e questa “visione binoculare” si sviluppa rapidamente durante le primissime settimane o i primi mesi di vita."(http://www.bausch.com/vision-and-age/infant-eyes/eye-development - trad. mia)
Per questo le riproduzioni di immagini in bianco e nero hanno da sempre -e per sempre- un fascino inspiegabile su di noi; così abbiamo visto il "mondo" per la prima volta, mentre i nostri occhi imparavano a vedere, e noi cominciavamo a guardarlo.
Paradossalmente, il nostro passato individuale corrisponde a quello collettivo, la cui memoria è impressa su pellicole monocromatiche (dove di fatto vengono impresse soltanto le ombre, cioè il "nero" in ogni sua sfumatura di "grigio").
I colori quindi non sono compresi nel kit del neonato per la percezione delle cose; si ottengono nel corso del tempo -per quanto breve- e solo anni dopo avere sviluppata l'attrezzatura organica per farlo scopriamo che essi hanno dei "nomi", cioè dei termini che li deFiniscono...
Che quello che abbiamo visto per primo era il "rosso", e che esiste il "blu" del cielo e il "verde" dell'erba; o almeno così dicono. E così quindi diciamo anche noi, perché non abbiamo altri termini per deFinirli.
Incollo qui di seguito la pagina sulla Teoria del Colore di Harald Küppers, dal suo sito:
"Che cos'è veramente il colore?
La catena d'azione tra la luce e la sensazione del colore

L'illuminazione (1) va a colpire un oggetto. Una parte della luce viene assorbita e trasformata in calore(2). La parte di luce che non viene assorbita, ossia la luce residua, viene riflessa come stimolo del colore (3) nell'occhio di colui che osserva (4). Secondo i processi propri degli organi visivi di adattamento, di conversione e di contrasto simultaneo, per ogni punto dell'immagine (pixel) si crea un codice elettrico sulla retina, che viene inviato al cervello attraverso le vie nervose (5). Sulla base di questi dati incolori emerge il campo visivo policromatico tridimensionale in forma di coscienza (6).
Dalla luce alla sensazione del colore come coscienza
La luce
La luce è una radiazione di energia. Le radiazioni di energia sono vibrazioni elettromagnetiche che si differenziano tra loro in base alla diversa lunghezza d'onda. La lunghezza d'onda (frequenza) è la distanza tra due picchi d'onda. Vi è una gamma ininterrotta di radiazioni d'energia che si estendono da una frazione di nanometro fino a dei chilometri. Esse si chiamano: raggi gamma, raggi alfa, raggi x, luce, raggi di calore, televisione, radio ed elettricità. Tutte queste radiazioni d'energia si differenziano tra loro esclusivamente per le diverse lunghezze d'onda. Noi definiamo "luce" quelle radiazioni d'energia che si situano nell'ambito tra 400 e 700 nm, perchè riteniamo di poterle vedere. In realtà esse vengono dapprima soltanto registrate dai nostri organi visivi per poi essere trasformate in impulsi elettrici.
I raggi di luce sono radiazioni d'energia incolori. La luce non contiene alcun colore.
Il materiale
È noto che la materia è composta da atomi. Gli atomi si legano tra loro creando le molecole più diverse e danno in questo modo origine a materiali diversi. A seconda della sua struttura molecolare, la materia è in grado di assorbire una parte della luce che la colpisce. La parte di luce non assorbita viene riflessa e denominata quindi luce residua. Se questa luce colpisce l'occhio di colui che osserva, viene definita stimolo del colore.
Anche lo stimolo del colore è una radiazione d'energia incolore.
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| La luce del sole che colpisce una foglia verde. |
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| La parte di luce riflessa che colpisce l'occhio di colui che osserva come stimolo del colore. Lo stimolo del colore è la luce residua. |
Lo stimolo del colore
Le lunghezze d'onda dello spettro visibile possono venire rappresentate come dei gradi d'intensità assolutamente variabili all'interno dello stimolo del colore. Tale rappresentazione viene definita distribuzione spettrale.
Il colore che vediamo dipende dalla composizione spettrale dello stimolo del colore.
Registrazione da parte dell'occhio
Lo stimolo del colore proveniente dall'esterno viene proiettato sulla retina tramite il sistema visivo dell'occhio. Nella retina sono incastonate delle minuscole cellule visive, denominate coni e bastoncelli.
Le cellule visive trasformano l'energia elettrica dello stimolo del colore in impulsi di energia specifica dell'organo visivo, creando un codice elettrico.
Meccanismi correttori dell'organo visivo
Il codice formato nelle cellule visive, che conduce alla fine alla sensazione del colore, non corrisponde in modo lineare alle intensità spettrali dello stimolo del colore. L'organo visivo dispone infatti di diversi meccanismi correttori per potersi adattare in modo ottimale alle condizioni reali di illuminazione e di osservazione. In caso di elevatissima luminosità l'iris dell'occhio si chiude, riducendo in questo modo l'intensità complessiva dello stimolo del colore. Tale processo viene chiamato adattamento. L'adattamento alla composizione spettrale della luce d'illuminazione è definito conversione. Quando l'aspetto di un colore viene modificato dalla presenza di colori circostanti, si parla di contrasto simultaneo. Soltanto dopo che questi processi di adattamento hanno avuto luogo viene creato il codice elettrico specifico dell'organo visivo, che conduce infine alla sensazione del colore.
Le vie nervose
Tale codice elettrico viene indirizzato al cervello attraverso le vie nervose. Le cellule visive della retina sono collegate con il cervello in modo complesso e tramite connessioni intercalari di cellule gangliari.
Anche questo codice, in realtà, è ancora completamente incolore.
La sensazione del colore come coscienza
Non appena questo codice raggiunge il cervello, l'organo visivo lo trasforma nella sensazione del colore. Per ogni punto dell'immagine sulla retina viene creato un codice di questo genere, che conduce ad una sensazione del colore adeguata. L'organo visivo è uno strumento incredibilmente complesso e degno d'ammirazione, se si pensa alla corrente continua di dati che fluisce da ogni punto della retina verso il cervello, dove si forma l'immagine a colori.
Fino ad oggi nessuno è in grado di dire come avviene realmente il processo di formazione dell'immagine a colori tridimensionale nel cervello partendo da questi dati."
© Harald Küppers
(http://kuepperscolor.farbaks.de/ita/funktionsprinzip_des_sehens/was_ist_farbe_eigentlich.html)
Come si è visto, questa "coscienza del colore" non è immediata dalla nascita; probabilmente dopo la formazione definitiva del meccanismo visivo passiamo una quantità di tempo a "studiare" ciò che vediamo, così che i nostri occhi imparano a vedere tutto mentre noi impariamo ad osservare ogni cosa, e in questo modo si forma il mondo che poi abitiamo per il resto della nostra vita, Qui e Ora.
(L'ho notato ora, "abitare" e "abituare" sono pericolosaMente simili)
Abbiamo visto anche come sia impossibile descrivere tecnicaMente l'azione del vedere se non come un flusso, o "corrente continua di dati", la stessa cosa che si direbbe di una periferica collegata ad un computer (o due computers fra di loro) mentre la formazione dell'immagine viene riconfermata inconoscibile, anche da qualcuno che evidentemente ha dedicato molto tempo alla questione; quello che suggerisce la ricerca in questa direzione è che tutto ciò che vediamo di questo mondo non è più o meno tangibile di ciò che vediamo dormendo, quando i nostri occhi sono chiusi; e se a qualcuno questo flusso di dati sembra più comprensibile dei cosiddetti sogni, sono portato a dire che si tratta soltanto di una abitudine, che ci siamo abituati ad ogni aspetto essenzialMente incomprensibile di questo "mondo" soltanto perché ci abbiamo a che fare quotidianaMente, e per un "tempo" molto più lungo della durata dei "sogni" -- o almeno di quanto ne ricordiamo.
Ma, d'altro canto, ognuno di noi è in (vario) grado di riConoscere la essenziale incomprensibilità di ogni cosa e di tutto, se non rifacendosi ai concetti tradizionali della "vita" come līlā e del "mondo" come maya.
Del sito di Herr Küppers tutto è interessante, e consiglio una visita al mio lettore dal momento che esiste anche una versione in Italiano; per il momento incollo qui le sue parole che riassumono efficaceMente la condizione attuale:
"Ci troviamo all'inizio dell'era delle informazioni. Circa l'80% di tutte le informazioni che riceve un essere umano vengono trasmesse visivamente. Le informazioni visive sono sempre informazioni a colori. Si riconoscono le forme soltanto perchè sul campo visivo vi sono differenze di colore. Ciò fornisce un'indicazione del significato e dell'importanza della Teoria dei Colori per le tecniche di comunicazione.
In passato sono state elaborate molte teorie relative ai colori, per la maggior parte basate su esperienze empiriche, osservazioni individuali, ipotesi o intuizioni. Oggi disponiamo di nuove conoscenze affidabili e sicure, che ci permettono di stabilire una nuova teoria logica e scientificamente provata.
Harald Küppers" (Id.)
Alla fine, anche questa "luce" che NON contiene alcun colore di sorta, e di cui noi siamo in grado di discernere -senza nemmeno usare un prisma- una gran quantità di colori che sono indefinibili senza l'uso di certi "nomi" o, appunto, termini, è una sorta di 'artificio naturale', un trucco magico in cui il trucco non c'è, però si vede. Il biblico "segno dell'alleanza divina" rappresentato dall'arcobaleno si rifà -come tutto il resto delle 'scritture' sacre ai Gentili- ad una tradizione esoterica primordiale, di cui però -stranaMente- non ho mai letto nulla in particolare, e quindi l'argomento oggi esercita su di me un fascino irresistibile.
Sembrerebbe che il colore non esista fuori dall'occhio, cioè dalla capacità del cervello di percepirlo come tale, quando di fatto l'occhio cattura soltanto luce, che di per sé è incolore.
Allora, se nessuno mi avesse insegnato -tempo dopo averlo "visto" per la prima volta- che un certo colore si chiama "rosso", come potrei deScrivere il mio stesso sangue? Se non conoscessi il nome "blu" -o più precisaMente, per noi italofoni- "azzurro" e finanche "celeste", cosa potrei dire del cielo? Quale "colore" avrebbero gli alberi di ogni bosco, l'erba di ogni prato, e ogni pianta, se non sapessi dire che si tratta del "verde"? Etc., etc., etc.
Tutte le forme al mondo che sono riconoscibili soltanto perché sono variaMente colorate, sarebbero ugualMente riConoscibili se i colori che le rendono tali non fossero codificati e decodificabili attraverso i loro "nomi", ovvero sequenze logiche di simboli alfabetici che partecipano del nostro flusso intellettivo e intellettuale?
Ciò che è "riconoscibile" è ciò di cui abbiamo coscienza attraverso la nostra comprensione, la capacità di concepire qualcosa -ogni cosa- attraverso la percezione; ma se non avessimo coscienza del fatto che la palla è composta di gomma, e che è gialla, non sarebbe anche per noi soltanto una qual cosa con cui è infinitamente divertente giocare, come per un cane, o una scimmia, o un bambino (e nemmeno troppo piccolo)?... E niente altro?
Questa questione del colore sembra essere la più essenziale di tutte dal momento che, come per il Küppers, è consequenziale il ragionamento che implica il concetto della coscienza, della consapevolezza interiore, che in questo caso particolare necessita del ruolo del medium per eccellenza -il logos, la parola- per ogni nostra espressione non-visiva, con tutte le ambiguità inevitabili di cui ho letto -e scritto- nel post prec. Anche fuori dalle memes di internet, la mia mente viene presa in contropiede quando leggo la parola VERDE scritta con un colore diverso dal verde, o un ROSSO che però non è deScritto in rosso; e lo stesso vale per tutti i colori possibili e/o immaginabili. E quindi per tutte quelle forme di cui abbiamo letto sopra, riConoscibili (comprensibili) soltanto in virtù delle loro qualità cromatiche; questo significa che ogni cosa, il "mondo", o uniVerso visibile e riConoscibile è soggetto a questo principio bio/meta/fisico relativo al colore. Che visto con un "altro occhio", un punto di vista che ci apparteneva ma è cambiato assieme alla struttura fisica del nostro corpo, non esiste affatto; la luce è l'energia che rende visibili le cose e dà loro forma, ma come si è letto prima sono le differenze tra i colori e le loro tonalità che creano l'illusione tridimensionale totale, per come la conosciamo direttaMente da individui adulti.
Dovrei accontentarmi della mia misteriosa lingua neo-latina, che se non altro possiede termini come l'azzurro e il celeste per deScrivere cieli e laghi e fiori e occhi -e persino il mio maglione!- rispetto al monotono blue Inglese che dovrebbe valere per tutto... Forse infine è da questa grave lacuna lessicale che proviene il blues degli anglofoni, che Google dice
"...
/bluːz/
sostantivo
- 1.musica malinconica originaria dei neri Americani, generalmente in una sequenza di dodici misure. Si sviuppò negli USA rurali del meridione verso la fine del IXX Secolo, trovando un largo seguito negli anni '40, quando i neri migrarono nelle città. Questo blues urbano diede origine al rhythm and blues e al rock and roll.
"il blues ha sempre avuto un vasto seguito in Australia" - 2.INFORMALEsentimento di malinconia, tristezza, o depressione.
"she's got the blues"
... Senza contare che -appunto- il blues fu inventato da gente di colore...
...
Intanto l'amico Jack Fitzy condivide questa image macro di gusto discutibile, ma di grande suggestione:
Trad.: "Quando ti svegli al mattino e
ti rendi conto di essere ancora vivo.
(MATRIX LIFE)"
Per il momento questo non mi succede mai (nemmeno il primo giorno dell'anno!) ma probabilMente è solo a causa del mio regime alimentare... Del resto, solo a guardare quello che pubblicizzano in TV (e che gli altri mangiano!) lo stimolo è proprio quello.
...
Il gruppo Birth Death Sacrifice (Nascita Morte Sacrificio) condivide la citazione che traduco di seguito:
"Un gran ladro si nasconde nel vostro cervello. Ha sgraffignata la vostra perla Atmica. Vi sta dando immense preoccupazioni e problemi. Vi sta illudendo [e/o ingannando, V. "delude", NdT] Il ladro è la vostra mente. Non dovete essere indulgenti con lui. Lo dovete uccidere senza pietà.
- Swami Sivananda"
Il fatto poi che l'Inglese "delude" stia per illudere o ingannare, ma non altro, è piuttosto deludente.
Ancora in merito all'imbarazzante conFusione dei concetti di "spirito" e "anima", una questione delicata che per qualcuno andrebbe lasciata ai teologi, potremmo dire che quello Indiano di Atman è una comoda alternativa ad entrambi, da che esso "indica l'"essenza" o il "soffio vitale"[1]. Viene tradotto anche col pronome personale riflessivo di terza persona Sé."
Ma, soprattutto nella nostra misteriosa logosfera, l'ambiguità del significato di "sé" non fa che complicare le cose ulteriorMente; più avanti nel lemma wikipedico si legge che
"Esso trae il significato da varie radici an (respirare), at (andare) va (soffiare)[2]."
e mentre il re-spirare è un'azione squisitamente umana, o anima/le, ciò che soffia al di fuori di noi non fa altro che spirare, perché il vento non torna mai sui propri passi; e per quanto ne sappiamo quando il vento spira non compone delle spirali, non si attorciglia, né tanto meno muore, o traPassa, ma passa soltanto.
Vale la pena di riportare la voce wikipedica che cita le scritture sacre agli Induisti:
"Brahman e ātman
«Sì, in verità tutto questo è Brahman, questo ātman è Brahman.»
|
| (Māṇḍūkya Upaniṣad, 2; citato in R. Panikkar, I Veda. Mantramañjarī, Op. cit.; p. 991) |
Secondo Raimon Panikkar quella fra ātman e Brahman può intendersi come un'identità qualificata: qualifica l'essenza individuale, il Sé, come la realtà del Tutto: la realtà ultima di ogni cosa non è che la realtà ultima in quanto tale, il che si può anche enunciare affermando che la trascendenza assume significato in relazione all'immanenza.[6]
Giuseppe Tucci interpreta scrivendo che Brahman è il polo oggettivo della realtà, la sua proiezione soggettiva è l'ātman.[7]
Conseguenza della relazione fra l'ātman e il Brahman, è uno dei concetti nucleari nelle religioni e correnti filosofiche hindu: la corrispondenza-equivalenza fra umano e divino, o, in altri termini, l'equivalenza fra microcosmo e macrocosmo[8]. L'essenza dell'umano è il divino; l'essenza ultima di ogni singolo vivente è il suo essere divino: questo è uno fra i più pregnanti aspetti dell'equivalenza fra ātman e Brahman. Questa corrispondenza la si ritrova, per esempio, in maniera evidente in alcuni culti tantrici, dove ogni parte del corpo umano è sede di un aspetto del divino; la si può cogliere nel rispetto per ogni essere vivente, essendo anche gli animali dotati di Sé (secondo alcune dottrine); nell'interpretazione dei fenomeni naturali come espressione del divino; nello Yoga, termine che vuol dire "unione", dove unione si riferisce proprio al legame, da conquistare, fra il Sé, l'ātman, e Brahman (spesso identificato con un Dio personale).
Un'altra notevole conseguenza dell'equivalenza fra l'ātman e Brahman la si ha sul piano teologico: Dio non è totalmente altro da noi, noi siamo fatti della stessa sostanza di Dio. Pensare a un Dio completamente trascendente è persino blasfemo:[9]
«Chiunque adori una divinità diversa dall'Immensità, pensando 'Essa è uno, io sono un altro', non sa. È come un capo di bestiame per gli dèi.»
|
| (da Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, I, 4, 10; citato in Alain Daniélou, Miti e dèi dell'India, traduzione di Verena Hefti, BUR, 2008) |
La realtà dell'ātman non è però immediatamente evidente, l'ātman va ri-conosciuto, e questo è il fine ultimo dell'uomo, la sua liberazione (mokṣa), quella che gli consente, dopo la morte, di ritornare in Brahman:
«Egli contiene tutte le opere, tutti i desideri, tutti i profumi e tutti i gusti. Egli abbraccia l'intero universo; egli è oltre la parola e oltre i desideri. Egli è il mio ātman all'interno del mio cuore, egli è Brahman. Andandomene di qui io mi fonderò in lui. Colui che dice così invero non ha dubbi. Così parlò Śāndilya, così Śāndilya.»
|
| (Chāndogya Upaniṣad III 14, 4; ciato in R. Panikkar, I Veda. Mantramañjarī, Op. cit.; p. 984) |
L'invito a seguire questa strada, a meditare sull'ātman, è ripetuto più volte nelle Upaniṣad, ma c'è un passo che la letteratura critica ha evidenziato fra gli altri, un passo, anzi una frase, che è quasi il condensato dell'intera ricerca, perché enuncia in maniera evidente, semplice e molto espressiva il collegamento fra l'individuo, l'ātman e Brahman:
tat tvam asi: "quello [ātman-Brahman] sei tu".
L'enunciazione, ripetuta più volte, è nel dialogo fra Uddālaka Āruṇi e suo figlio Śvetaketu, nella sesta parte della Chāndogya Upaniṣad. Śvetaketu, dopo aver studiato per dodici anni i Veda nel suo periodo di noviziato come brahmacārin, torna a casa. Il padre gli illustra allora quell'insegnamento per il quale ciò che non si è conosciuto è come se lo si avesse conosciuto[10].
Qualcun(altr)o avrà riConosciuto qui come sia necessario allo studioso ricorrere a questo stratagemma per poter giocare propriaMente colle parole; non di meno, come il principio "estroverso" del tat tvam asi sembri essere lo stesso, "introverso", del "colui che è" di biblica memoria; si tratta infatti dell'essere in sé, dello Uno che per qualche motivo conosciamo come "dio", suo malgrado.
E nostro, soprattutto.
Il Principio stesso dello Yoga, cioè della unione tra uomo e tutto, o "dio", è qualcosa di inaccettabile per gli apologeti del dogma cattolico, che possono soltanto imporre il modello iniquo del dio israelita (ovviamente un pazzo sanguinario) e chiedere l'offerta in cambio della loro opera caritatevole; ma è ovviamente un dio particolare, basta esser capaci di leggere e farlo con le "scritture sacre" per comprendere il grado di perversione di simili dottrine, che conducono il lettore agli antipodi della divinità e della cosa sacra. Chi crede che la chiesa di Roma sia la filiale dell'inferno sulla Terra a mio parere non può sbagliare di molto.
Il Principio stesso dello Yoga, cioè della unione tra uomo e tutto, o "dio", è qualcosa di inaccettabile per gli apologeti del dogma cattolico, che possono soltanto imporre il modello iniquo del dio israelita (ovviamente un pazzo sanguinario) e chiedere l'offerta in cambio della loro opera caritatevole; ma è ovviamente un dio particolare, basta esser capaci di leggere e farlo con le "scritture sacre" per comprendere il grado di perversione di simili dottrine, che conducono il lettore agli antipodi della divinità e della cosa sacra. Chi crede che la chiesa di Roma sia la filiale dell'inferno sulla Terra a mio parere non può sbagliare di molto.
Come ho anNotato prima, non ci si può nemmeno immaginare di avvicinarsi all'altissimo ideale che trascende il mondo fisico, e che in ogni caso si può dire dello "spirito" -per quanto comprenda un mondo che va dal culto religioso allo spiritismo, dalla metafisica all'umorismo- senza contemplare in sé il respiro, l'atto del respirare e il suo controllo.
Il Gentile Pubblico Pagante sembra accontentarsi di respirare finché può farlo, per poi spirare nella stessa condizione di inconsapevolezza, sapendo soltanto che gli è (stato) necessario per tirare avanti; anche se negli ultimi tempi le dottrine orientali hanno suscitato un certo interesse nella civiltà cattolica, si tratta sempre di una minoranza irrilevante, ed è improbabile su questo scenario la comparsa di "guide spirituali" che siano anche "respiratoriali", come lo sono i maestri delle varie scuole yoga. Al termine di questo excursus sembra inevitabile concludere che la unione ottenuta con certe pratiche sia innanzitutto quella di ciò che soffia, che è un alito, e che con essa si ottenga la capacità di comprendere -in sé- il macrocosmo e il microcosmo nella loro essenza manifesta, che è propria del vento come del respiro.
Non possiamo smettere volontariaMente di respirare, né più né meno come non possiamo fermare il vento che soffia; possiamo però respirare con la volontà di farlo, anziché per mera abitudine, e questo è il principio generale per la preparazione ad ogni esercizio meditativo, con cui si prefigge il fine di riConoscere il Nulla da cui è originato il Tutto, e di cui noi partecipiamo essenzialMente; non siamo che un alito di vento, e con un unico singolo respiro la nostra "esistenza" a questo mondo avrà fine, così come è iniziata respirando la prima boccata d'aria.
Su Wiki leggiamo che
"La funzione respiratoria comprende tutte quelle attività fisiologiche finalizzate a:
- assicurare un adeguato apporto di ossigeno (O2) ai tessuti;
- assicurare lo smaltimento dell'anidride carbonica (CO2) prodotta dal metabolismo delle cellule.
"
(https://it.wikipedia.org/wiki/Respirazione#Respirazione_esterna)
e quindi anche a livello bioLogico e fisioLogico possiamo riConoscere il paradosso umano dalla stessa fonte, dove
"Un'esposizione prolungata all'O2 ad alte pressioni parziali è tossica, dato che supera i livelli di neutralizzazione, e può avere gravi conseguenze a livello polmonare e neurologico a seconda della pressione e del tempo di esposizione. Gli effetti polmonari includono perdita di capacità e danni ai tessuti. Gli effetti neurologici possono comprendere convulsioni, cecità e coma."(https://it.wikipedia.org/wiki/Ossigeno#Precauzioni)
e, d'altro canto
"Un'atmosfera che contiene oltre il 5% di biossido di carbonio è tossica per gli esseri umani e per gli animali, dato che va a saturare l'emoglobina del sangue impedendole di legarsi all'ossigeno e bloccando quindi l'ossigenazione dei tessuti."
(https://it.wikipedia.org/wiki/Anidride_carbonica#Aspetto_biologico)
Quindi in-spiriamo un veleno solo per e-spirarne un altro, e in questo modo "viviamo", quando è matematicaMente certo che facendolo "moriamo". La cruda nozione di questa "dualità fisioLogica" potrebbe scaturire un ennesimo culto scientistico di cui non vorrei mai sentirmi responsabile... meglio cambiare discorso.
Trad.:
"Da quanto dev'essere morto qualcuno prima che sia considerata
archeologia invece di saccheggiamento delle tombe?
-- Come archeologo, trovo questa una DOMANDA molTO IMBARAZZANTE
-- rispondi alla domanda, tombarolo"
Holualoa, Hawaii."
-- rispondi alla domanda, tombarolo"
---
VenerDie
Questa sera, durante la mia mezz'ora di TV, una puntata della serie The Art Show mi ha permesso di scoprire la monumentale opera dell'artista Cinese Huang Yong Pin intitolata "Ressort 2012" di cui vediamo delle immagini su Wikipedia
|
"Ressort 2012 (scultura) di Huang Yong Ping
alla Queensland Art Gallery"
|
Il gigantesco scheletro è composto di alluminio e acciaio, e non di meno è abbastanza realistico da ingannare l'occhio inesperto
| By Kgbo - Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=27377165 |
Quest'opera ci dimostra in modo molto convincente il genere di "realtà" storica e preistorica che il Gentile Pubblico Pagante frequentatore dei musei compra letteralmente (in Inglese "to buy" sta per comprare come per bersi qualcosa, come ad es. la Terra sferica o i terroristi di Al-Qaeda, per fare due esempi a caso).
Nel caso degli scheletri di dinosauri che sono esposti nelle sale di tutto il mondo, e di cui ho scritto su VerOrizzonte un paio d'anni fa, si tratta di stampi di resina epossidica, e altri materiali "realistici", simili all'osso, per quanto sia di pubblico dominio la notizia che non si tratta praticamente mai di ossa vere; in questo caso però non si tratta di un museo di storia naturale ma di una galleria d'arte, e quindi il prodotto è più raffinato, tutto in alluminio opaco.
Per il resto, si tratta dello scheletro di un'altra creatura mai esistita, che potrebbe essere un serpente o anche un dragone privato di zampe e ali.
Per il resto, si tratta dello scheletro di un'altra creatura mai esistita, che potrebbe essere un serpente o anche un dragone privato di zampe e ali.
Quale che sia il significato simbolico e/o artistico espresso in quest'opera, per quanto mi riguarda il suo grande valore è nella sua apparenza stessa, cioè quella che rappresenta per il pubblico i resti di una bestia enorme e spaventosa --e per questo avvertita come "realistica" al di là della qualità esecutiva, della verosimiglianza dell'artefatto stesso-- ma che non appartengono a nessuna specie animale di nessuna epoca, e a differenza dei famosi dinosauri è dichiarataMente frutto della fantasia umana. Ancor più paradossalmente, lo scheletro di Pin riproduce con grande realismo quello di un animale reale e vivente nella nostra epoca, malgrado le dimensioni esasperate; mentre al contrario i dinosauri sono riproduzioni fedeli di bestioni che non hanno mai camminato su questa Terra (ma nemmeno volato o nuotato), in pratica modelli in scala 1:1 del nulla ma che almeno all'inizio, in qualche caso, comprendevano i resti di grandi cetacei e/o pachidermi, etc.
| By ScottRobertAnselmo - Own work, CC BY-SA 3.0 https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=19248777 |
"Esemplare olotipo di Tyrannosaurus rex al Carnegie
Museum of Natural History, a Pittsburgh."
(Trad. mia)
Anche la Grande, anzi Enorme Beffa dei dinosauri non è qualcosa che l'ex-bambino appassionato di paleontologia può perdonare facilmente; ma per il blogger del 2019 è tutta acqua passata, soltanto un dettaglio dell'insieme artificiale in cui -per qualche motivo ignoto- mi trovo Qui e Ora.
Anche la Grande, anzi Enorme Beffa dei dinosauri non è qualcosa che l'ex-bambino appassionato di paleontologia può perdonare facilmente; ma per il blogger del 2019 è tutta acqua passata, soltanto un dettaglio dell'insieme artificiale in cui -per qualche motivo ignoto- mi trovo Qui e Ora.
Adesso so che i mostri esistono davvero, ancora oggi, e non sono dei lucertoloni dall'anatomia troppo sconclusionata anche solo per poter vivere, ma sono quelli che si adoperano per diffondere simili informazioni, tanto inutili quanto fasulle, scrivendo, dipingendo e anche scolpendo una preistoria artefatta, per introdurre a modo una "Storia" completamente inventata.
...
Un intermezzo umoristico alternativo dal gruppo FB dedicato a Hitchcock:
O forse era Cary Gooper?
Intanto è
Sabato
e il gruppo L'Agorà dei giovani pensatori condivide su Facebook questa:
colla didascalia:
"Kalanchoe in fiore.
Holualoa, Hawaii."
di cui leggiamo su Wikipedia:
"Kalanchoe è un genere di circa 125 specie di piante succulente della famiglia delle Crassulaceae, principalmente originarie del Vecchio Mondo. In seguito all'introduzione, ora alcune specie crescono selvatiche anche nel Nuovo Mondo."
E' la dimostrazione pratica che la struttura naturale di questo mondo è frattale, espressa qui ad un livello talmente elementare che soltanto un cieco non riuscirebbe a vederlo; ma d'altro canto non tutti conoscono la geometria frattale, e sono sicuraMente meno i coraggiosi sperimentatori di software per la generazione di forme simili... Lascio qui un link, per chi vuole provarci.
...
Domenica
Non so se questo sia capitato o capiti ancora al mio Lettore Lombardo, ma alla mia veneranda età c'è ancora chi mi chiama "Stella", come quand'ero bambino, e questo mi ha dato da pensare più di una volta anche se forse non ne ho mai scritto, finora. Io credo (e non altro) che questa usanza sia esclusiva della nostra bella, e talvolta sorprendente, lingua gallo-italica, anche se non mi risulta una corrispondenza in Francese; l'étoile è notoriaMente la prima ballerina, ma non credo che in Francia lo si dica ai bambini, o in modo altrettanto scherzoso ad altri individui.
Infatti "stela" l'ho sempre sentito dire da chi si rivolgeva a un bambino, oppure meno comunemente da un uomo a una donna, o anche viceversa, con un certo tono sarcastico-milanese, bonario ma ironico (o viceversa), che penso sia relativo proprio al suo uso comune nei confronti dei minori, sottintendendo che è come parlare ad un bambino. Ma ridurre a simili questioni prosaiche l'uso di interpellare qualcuno -chiunque- con il nomignolo "stella" mi sembra perlomeno riduttivo.
Come ho già scritto altrove, è il destino di noi uomini di riConoscerci -prima o poi- Soli, e per colmo dell'ironia il lemma di Wikipedia Milanes dedicato alla voce Stela riporta proprio una triste versione delle solite deprimenti, Grandi Palle Astronomiche, i "soli" di "sistemi solari" distanti "anni-luce", e dove la "stela a l'è una sfera de plasma" che si presume anche qui sospesa nel teorico "spazio esterno", proprio come nella Wikipedia Italica.. e purtroppo anche nella mente dei suoi lettori.
OvviaMente non si trova qui un accenno al fatto che sia uso comune nella Lombardia Occidentale, di riferirsi a qualcuno con questo stesso termine, oggi decaduto a indicare dei "corp celest" del tutto inesistenti.
Purtroppo, almeno da queste parti (in provincia di Varese) lo "stela" è un retaggio degli anziani che non credo possa avere un grande seguito presso le generazioni post-X, di chi oggi vive guardando il display dell'iPhone, e sembra destinato a soccombere miseramente alla globalizzazione, con un grado di inconsapevolezza quasi-totale sull'intera Questione così denominata. Il termine ha forse qualche chance in più dovuta alla popolarità per cui lo si può sentire in qualche film più o meno vintage, pronunciata dallo stereotipo del milanese di certe commedie all'Italiana; ma nel migliore dei casi è in questa forma che sopravviverà al maelstrom multi-mediale, come un accessorio stereotipico, simpatico ma nient'altro, rispetto a tutto quello che invece può significare per chi lo ha sentito ripetere per mezzo secolo da personaggi disparati e nelle più varie circostanze.
E' qualcosa a cui non si fa caso, una sorta di titolo sostitutivo dei più generici e più Italici come "caro"; nessun abitante di altre regioni -che io sappia- conclude una telefonata dicendo "Ciao stella" come frase di commiato; e per quanto abbia riConosciuta la radice maligna del saluto globale dello schiavo (ovvero s/ciao, di cui ho scritto nel blog precedente e che da allora cerco di evitare come la peste), sentirsi chiamare come un "luminare" -per quanto piccolo- è pur sempre suggestivo.
Nel nostro mondo-di-parole, in cui gravitiamo Qui e Ora da che abbiamo iniziato a parlare, cioè a manifestare il nostro pensiero da bambini, attraverso l'Alfabeto Latino -la Lingua Unica insegnata dal Programma D'istruzione Globale- questa tradizione richiama inevitabilmente le superstizioni comuni (la realtà etimoLogica della superstizione va sempre ponderata attentaMente) per cui chi muore "va in cielo", e -secondo una versione popolare- "diventa una stella". Sempre confinato nella logosfera genitoriale, o parentale, di quella che può essere una fiaba così come una verità esoterica primordiale, di qualcosa che "si dice ai bambini" ma non si trova scritto da nessuna parte (le favole vere e proprie raccolte dai Grimm etc. condividono questa origine esoterica) abbiamo quest'altro paradosso, dove i bambini vengono deFiniti come apprendisti defunti.
"Stelle"; ironicaMente -e anche falsaMente- "soli".
E, d'altro canto, esiste anche la prima ballerina, l'étoile, e soprattutto esistono le "stelle" dello spettacolo, del cinema e della TV, che ormai siamo abituati a chiamare star(s). Non sono soltanto i morti a meritarsi un posto fra le stelle, anche se la conFusione voluta dai produttori del Grande Show Globale è inevitabile per il Gentile Pubblico Pagante; la "mecca" del Cinema come set mortale però è stata rappresentata (finora) come tale soltanto da Mr. David Lynch, nel suo capolavoro Mulholland Drive. Gli aspetti "metafisici" dell'opera sono profondi e interessanti, ma tra i milioni di parole scritte sull'argomento specifico, come sul fenomeno Lynch, soltanto lo spettatore può trarre degli indizi che gli possano venire utili in qualche modo -semmai- dal momento che non scrive di cinema per un giornale o su un blog...
Soprattutto, concluderei, "stella" è sinonimo di "bella", o anche "bello", di chiunque possieda una qualche sorta di bellezza interiore, e non del tipo che il Milanese direbbe "belè(e)" pure riferito in genere a bambini, ragazzi e ragazze, oppure anche in tono ironico o scherzoso fra adulti; con il mio mezzo secolo d'esperienza in materia potrei dire che lo "stela" che in genere è un sostituto generico e irrilevante di altri titoli o vezzeggiativi, quando invece viene indirizzato personalmente, nello specifico, come virtù di un individuo, si intende come qualità positiva di massimo grado, in part. della bontà in persona, perché la bellezza -anche solo ironicaMente- è "belè", e deve ben esserci un motivo per cui invece si distingue lo "stela". . . Un belé è "bello", uno "stela" è "buono". Almeno nella (mia) logosfera familiare, "stela" è sinonimo di "bravo", ma non "abile", o "brillante" come invece potrebbe apparire data la natura luminosa degli astri; si tratta di una bravura limitata alla bontà d'animo, o di carattere, che pure si può nascondere sotto le mentite spoglie di gente rude o scostante -- ad esempio "Al par no, ma l'è na stela". (Trad.: "Non sembrerebbe, ma è una stella")
Alla fine, per quanto possa apparire più o meno trascurabile di tanti altri argomenti trattati qui, si tratta dell'ennesimo mistero, quello per cui si è scelta questa parola particolare, e particolarMente radiosa, per chiamare alla stessa stregua figli e nipoti e conoscenti, ma anche non-perfetti sconosciuti.
Voi potete dire tutto ciò che volete, a questo proposito, ma anche oggi qualcuno mi ha chiamato "stella", fors'anche sovrappensiero, e senza alcun intento d'elogio, ma anche senza alcuna ironia (da parte sua); questo è un buon motivo di riflessione almeno per me, che in passato avevo concluso come il nostro (triste) destino fosse di essere Soli. (Cosa che non vale ovviaMente per un solo individuo=)...
L'unica certezza a riguardo è che esser chiamati "stela" è molto meglio dell'essere chiamati "stala"; e visto che l'unico lemma di Wiki Milanes a riportare quest'ultimo termine in un contesto universalMente riconoscibile nella nostra logosfera, è quello deicato al presepe, non posso evitare anche quest'antichissimo gioco-di-parole, in cui la storia della deità solare (ri)nata durante il solstizio Invernale e destinata a morire (e rinascere) con l'equinozio, ovvero l'uomo-sole del mito cristiano, ha inizio proprio in una stalla, quando pure c'è una stella cometa sopra di essa a indicarla come un'insegna al neon... E' la solita combinazione? Oppure si tratta proprio di una coincidenza?
...
Ultimamente c'è questa "moda" sull' internet "social" di condividere "memes" sulla "sfida dei dieci anni" (#10yearschallenge, in gergo globale), e il Partito EcoAnimalista oggi pubblica questa (che non è farina del suo sacco):
Ne avevo scritto ieri, in merito ad un elenco da Facebook con 10 buoni motivi (di ordine clinico) per smettere di mangiare cadaveri & affini, che poi ho deciso di non pubblicare; questa immagine però riassume tutto il discorso di 1000 parole, con i 1000 "prodotti alimentari", ma di "origine vegetale" che sono stati immessi sul mercato nel frattempo, durante questa "rivoluzione" non proprio rivoluzionaria in linea generale, ma sufficiente a ripopolare certi scaffali desolati.
Anche nel supermercato di cui sono cliente (e anzi tesserato) non troppo fisso (perché non troppo fesso) esiste uno scaffale vegan, nel reparto refrigerati, dove già la sola necessità di tenere al freddo la merce è un deterrente naturale; il fatto invece che si tratti di prodotti lavorati, inscatolati (nella plastica) e conservati con vari stratagemmi oltre al freddo, non sembra scoraggiare tanti (ma tanti) consumatori "vegan" -soprattutto anglofoni, ma non solo ameriCani- di cui vedo spesso le novità postate a squilli di tromba: "FINALMENTE" il gelato di quella marca ha una versione senza latte vaccino" ... che contiene la stessa quantità di saccarosio, glucosio e zucchero invertito, ma è delizioso, e cruelty-free, cioè senza crudeltà... per gli animali.
Lo stesso vale per ogni singolo prodotto alimentare escogitato da qualunque impresa, locale o nazionale o multinazionale, nell'edificazione di un mercato "vegan" globale; non c'è dubbio che le piccole aziende siano mosse da principi più "sani" di quelli della Negroni o della Amadori, e non di meno si tratta di un processo di industrializzazione applicato a dei principi che si presumono essere gli stessi della natura, dell'ambiente naturale, e insomma della terra da cui insistono a spuntare le piante e i frutti, che si mangino o meno.
Dunque, l'immagine di questa "sfida" decennale è un buono o un cattivo segno?
Gli hamburger di lenticchie e le salsicce di glutine ("seitan") sono sicuraMente meno nocive per tutti, a partire da tutte quelle vittime innocenti predestinate all'ergastolo prima di una esecuzione brutale e un trattamento ancor meno tollerabile dei loro resti mortali. Non si possono aver dubbi sulla evoluzione karmica di una scelta simile a livello massivo, per quanto limitato. Tutti i dubbi possibili riguardano invece tutti i prodotti alimentari in vendita nei super-mercati; perché in genere i comuni mercati (che non hanno subita una trasformazione soprannaturale come i super-eroi) non vendono certa roba. Le lenticchie -che guarda caso ho cucinate oggi- sono buone, o meglio non sono tanto cattive quanto altri legumi, per dirne una, e non sono certamente paragonabili in alcun caso alle carcasse lavorate di qualunque specie animale, nella prospettiva etica come in quella medica, o specificamente patologica. Ma io, che pure sono solo un ricercatore indipendente e cavia di me stesso, ho una certezza bioLogica intima, interiore, del fatto che tutta la verdura o frutta fresca è ovviaMente migliore di quella in qualche modo trattata, lavorata, cucinata e/o conservata in qualunque modo possibile. Che tutto ciò che proviene dalla Terra e viene consumato così com'è è naturalMente -ovvero, istintivaMente- buono, cioè meno cattivo, di qualunque altra cosa a livello fisioLogico.
E' pur sempre un passo verso la tomba, nella prospettiva pranica; è soltanto un passo + equilibrato, o meno squilibrato di quello dei mangiatori di bistecche, formaggi e ovuli di Gallus.
Quanti gradi di "raffinazione" possono subire i frutti della Terra, e quanti di essi peggiorano ciò che è naturalMente buono e perfetto per l'alimentazione dei suoi abitanti?
Da un lato abbiamo la Mela, colta dall'albero e mangiata (possibilmente) sul posto; dall'altro, abbiamo i gelati di marche famose, di aziende che proseguono la loro attività di intossicazione globale ma lanciano "linee vegan", per accontentare quei poveri fessacchiotti degli ameriCani che pure spesso mangiano "fast food vegan", e ogni sorta di immondizia alimentare per cui hanno inventata l'etichetta globale di "junk food", o cibo-spazzatura... ma in versione "vegan".
E così i fessacchiotti si moltiplicano su scala internazionale, secondo l'estensione del potere commerciale delle aziende più popolari. Non per niente l'estate scorsa ho mangiato un (singolo) gelato "industriale", ma "vegan", e dopo il brivido della memoria di un'infanzia dimenticata, sono tornato a NON mangiare gelati, o cose dolci che non abbiano una buccia attorno.
Evito anche volentieri di ritornare su questo punto, che sembra confermare la pochezza mentale da parte di individui che si presumono più "responsabili", o addirittura tanto "evoluti" da evitare di mangiare cadaveri; in questo caso la meme è in Italiano, da un gruppo locale, e quindi nel mondo-di-parole questo tocca il blogger più dei tanti esempi dal mondo anglofono.
E' un vittoria soprattutto da parte dei produttori, e una sconfitta per i consumatori; ma fintanto che non saremo tutti produttori di ciò che consumiamo -l'assurdità dell'utopia naturale- non avremo mai il reale controllo delle nostre vite Qui e Ora, su questa stessa Terra che continua a crescere qualunque cosa buona per tutti noi, e viene ignorata da tutti i Giocatori di Monopoly di questo mondo; che sono, appunto, tutti.
...
Lunedì; un bell'esempio calzante, anzi fumante da Mr. Damien Walsh su Vegan UK:
Sembra che soltanto a me sia piaciuto il link seguente:
...
Domenica
Non so se questo sia capitato o capiti ancora al mio Lettore Lombardo, ma alla mia veneranda età c'è ancora chi mi chiama "Stella", come quand'ero bambino, e questo mi ha dato da pensare più di una volta anche se forse non ne ho mai scritto, finora. Io credo (e non altro) che questa usanza sia esclusiva della nostra bella, e talvolta sorprendente, lingua gallo-italica, anche se non mi risulta una corrispondenza in Francese; l'étoile è notoriaMente la prima ballerina, ma non credo che in Francia lo si dica ai bambini, o in modo altrettanto scherzoso ad altri individui.
Infatti "stela" l'ho sempre sentito dire da chi si rivolgeva a un bambino, oppure meno comunemente da un uomo a una donna, o anche viceversa, con un certo tono sarcastico-milanese, bonario ma ironico (o viceversa), che penso sia relativo proprio al suo uso comune nei confronti dei minori, sottintendendo che è come parlare ad un bambino. Ma ridurre a simili questioni prosaiche l'uso di interpellare qualcuno -chiunque- con il nomignolo "stella" mi sembra perlomeno riduttivo.
Come ho già scritto altrove, è il destino di noi uomini di riConoscerci -prima o poi- Soli, e per colmo dell'ironia il lemma di Wikipedia Milanes dedicato alla voce Stela riporta proprio una triste versione delle solite deprimenti, Grandi Palle Astronomiche, i "soli" di "sistemi solari" distanti "anni-luce", e dove la "stela a l'è una sfera de plasma" che si presume anche qui sospesa nel teorico "spazio esterno", proprio come nella Wikipedia Italica.. e purtroppo anche nella mente dei suoi lettori.
OvviaMente non si trova qui un accenno al fatto che sia uso comune nella Lombardia Occidentale, di riferirsi a qualcuno con questo stesso termine, oggi decaduto a indicare dei "corp celest" del tutto inesistenti.
Purtroppo, almeno da queste parti (in provincia di Varese) lo "stela" è un retaggio degli anziani che non credo possa avere un grande seguito presso le generazioni post-X, di chi oggi vive guardando il display dell'iPhone, e sembra destinato a soccombere miseramente alla globalizzazione, con un grado di inconsapevolezza quasi-totale sull'intera Questione così denominata. Il termine ha forse qualche chance in più dovuta alla popolarità per cui lo si può sentire in qualche film più o meno vintage, pronunciata dallo stereotipo del milanese di certe commedie all'Italiana; ma nel migliore dei casi è in questa forma che sopravviverà al maelstrom multi-mediale, come un accessorio stereotipico, simpatico ma nient'altro, rispetto a tutto quello che invece può significare per chi lo ha sentito ripetere per mezzo secolo da personaggi disparati e nelle più varie circostanze.
E' qualcosa a cui non si fa caso, una sorta di titolo sostitutivo dei più generici e più Italici come "caro"; nessun abitante di altre regioni -che io sappia- conclude una telefonata dicendo "Ciao stella" come frase di commiato; e per quanto abbia riConosciuta la radice maligna del saluto globale dello schiavo (ovvero s/ciao, di cui ho scritto nel blog precedente e che da allora cerco di evitare come la peste), sentirsi chiamare come un "luminare" -per quanto piccolo- è pur sempre suggestivo.
Nel nostro mondo-di-parole, in cui gravitiamo Qui e Ora da che abbiamo iniziato a parlare, cioè a manifestare il nostro pensiero da bambini, attraverso l'Alfabeto Latino -la Lingua Unica insegnata dal Programma D'istruzione Globale- questa tradizione richiama inevitabilmente le superstizioni comuni (la realtà etimoLogica della superstizione va sempre ponderata attentaMente) per cui chi muore "va in cielo", e -secondo una versione popolare- "diventa una stella". Sempre confinato nella logosfera genitoriale, o parentale, di quella che può essere una fiaba così come una verità esoterica primordiale, di qualcosa che "si dice ai bambini" ma non si trova scritto da nessuna parte (le favole vere e proprie raccolte dai Grimm etc. condividono questa origine esoterica) abbiamo quest'altro paradosso, dove i bambini vengono deFiniti come apprendisti defunti.
"Stelle"; ironicaMente -e anche falsaMente- "soli".
E, d'altro canto, esiste anche la prima ballerina, l'étoile, e soprattutto esistono le "stelle" dello spettacolo, del cinema e della TV, che ormai siamo abituati a chiamare star(s). Non sono soltanto i morti a meritarsi un posto fra le stelle, anche se la conFusione voluta dai produttori del Grande Show Globale è inevitabile per il Gentile Pubblico Pagante; la "mecca" del Cinema come set mortale però è stata rappresentata (finora) come tale soltanto da Mr. David Lynch, nel suo capolavoro Mulholland Drive. Gli aspetti "metafisici" dell'opera sono profondi e interessanti, ma tra i milioni di parole scritte sull'argomento specifico, come sul fenomeno Lynch, soltanto lo spettatore può trarre degli indizi che gli possano venire utili in qualche modo -semmai- dal momento che non scrive di cinema per un giornale o su un blog...
Soprattutto, concluderei, "stella" è sinonimo di "bella", o anche "bello", di chiunque possieda una qualche sorta di bellezza interiore, e non del tipo che il Milanese direbbe "belè(e)" pure riferito in genere a bambini, ragazzi e ragazze, oppure anche in tono ironico o scherzoso fra adulti; con il mio mezzo secolo d'esperienza in materia potrei dire che lo "stela" che in genere è un sostituto generico e irrilevante di altri titoli o vezzeggiativi, quando invece viene indirizzato personalmente, nello specifico, come virtù di un individuo, si intende come qualità positiva di massimo grado, in part. della bontà in persona, perché la bellezza -anche solo ironicaMente- è "belè", e deve ben esserci un motivo per cui invece si distingue lo "stela". . . Un belé è "bello", uno "stela" è "buono". Almeno nella (mia) logosfera familiare, "stela" è sinonimo di "bravo", ma non "abile", o "brillante" come invece potrebbe apparire data la natura luminosa degli astri; si tratta di una bravura limitata alla bontà d'animo, o di carattere, che pure si può nascondere sotto le mentite spoglie di gente rude o scostante -- ad esempio "Al par no, ma l'è na stela". (Trad.: "Non sembrerebbe, ma è una stella")
Alla fine, per quanto possa apparire più o meno trascurabile di tanti altri argomenti trattati qui, si tratta dell'ennesimo mistero, quello per cui si è scelta questa parola particolare, e particolarMente radiosa, per chiamare alla stessa stregua figli e nipoti e conoscenti, ma anche non-perfetti sconosciuti.
Voi potete dire tutto ciò che volete, a questo proposito, ma anche oggi qualcuno mi ha chiamato "stella", fors'anche sovrappensiero, e senza alcun intento d'elogio, ma anche senza alcuna ironia (da parte sua); questo è un buon motivo di riflessione almeno per me, che in passato avevo concluso come il nostro (triste) destino fosse di essere Soli. (Cosa che non vale ovviaMente per un solo individuo=)...
L'unica certezza a riguardo è che esser chiamati "stela" è molto meglio dell'essere chiamati "stala"; e visto che l'unico lemma di Wiki Milanes a riportare quest'ultimo termine in un contesto universalMente riconoscibile nella nostra logosfera, è quello deicato al presepe, non posso evitare anche quest'antichissimo gioco-di-parole, in cui la storia della deità solare (ri)nata durante il solstizio Invernale e destinata a morire (e rinascere) con l'equinozio, ovvero l'uomo-sole del mito cristiano, ha inizio proprio in una stalla, quando pure c'è una stella cometa sopra di essa a indicarla come un'insegna al neon... E' la solita combinazione? Oppure si tratta proprio di una coincidenza?
...
Ultimamente c'è questa "moda" sull' internet "social" di condividere "memes" sulla "sfida dei dieci anni" (#10yearschallenge, in gergo globale), e il Partito EcoAnimalista oggi pubblica questa (che non è farina del suo sacco):
Anche nel supermercato di cui sono cliente (e anzi tesserato) non troppo fisso (perché non troppo fesso) esiste uno scaffale vegan, nel reparto refrigerati, dove già la sola necessità di tenere al freddo la merce è un deterrente naturale; il fatto invece che si tratti di prodotti lavorati, inscatolati (nella plastica) e conservati con vari stratagemmi oltre al freddo, non sembra scoraggiare tanti (ma tanti) consumatori "vegan" -soprattutto anglofoni, ma non solo ameriCani- di cui vedo spesso le novità postate a squilli di tromba: "FINALMENTE" il gelato di quella marca ha una versione senza latte vaccino" ... che contiene la stessa quantità di saccarosio, glucosio e zucchero invertito, ma è delizioso, e cruelty-free, cioè senza crudeltà... per gli animali.
Lo stesso vale per ogni singolo prodotto alimentare escogitato da qualunque impresa, locale o nazionale o multinazionale, nell'edificazione di un mercato "vegan" globale; non c'è dubbio che le piccole aziende siano mosse da principi più "sani" di quelli della Negroni o della Amadori, e non di meno si tratta di un processo di industrializzazione applicato a dei principi che si presumono essere gli stessi della natura, dell'ambiente naturale, e insomma della terra da cui insistono a spuntare le piante e i frutti, che si mangino o meno.
Dunque, l'immagine di questa "sfida" decennale è un buono o un cattivo segno?
Gli hamburger di lenticchie e le salsicce di glutine ("seitan") sono sicuraMente meno nocive per tutti, a partire da tutte quelle vittime innocenti predestinate all'ergastolo prima di una esecuzione brutale e un trattamento ancor meno tollerabile dei loro resti mortali. Non si possono aver dubbi sulla evoluzione karmica di una scelta simile a livello massivo, per quanto limitato. Tutti i dubbi possibili riguardano invece tutti i prodotti alimentari in vendita nei super-mercati; perché in genere i comuni mercati (che non hanno subita una trasformazione soprannaturale come i super-eroi) non vendono certa roba. Le lenticchie -che guarda caso ho cucinate oggi- sono buone, o meglio non sono tanto cattive quanto altri legumi, per dirne una, e non sono certamente paragonabili in alcun caso alle carcasse lavorate di qualunque specie animale, nella prospettiva etica come in quella medica, o specificamente patologica. Ma io, che pure sono solo un ricercatore indipendente e cavia di me stesso, ho una certezza bioLogica intima, interiore, del fatto che tutta la verdura o frutta fresca è ovviaMente migliore di quella in qualche modo trattata, lavorata, cucinata e/o conservata in qualunque modo possibile. Che tutto ciò che proviene dalla Terra e viene consumato così com'è è naturalMente -ovvero, istintivaMente- buono, cioè meno cattivo, di qualunque altra cosa a livello fisioLogico.
E' pur sempre un passo verso la tomba, nella prospettiva pranica; è soltanto un passo + equilibrato, o meno squilibrato di quello dei mangiatori di bistecche, formaggi e ovuli di Gallus.
Quanti gradi di "raffinazione" possono subire i frutti della Terra, e quanti di essi peggiorano ciò che è naturalMente buono e perfetto per l'alimentazione dei suoi abitanti?
Da un lato abbiamo la Mela, colta dall'albero e mangiata (possibilmente) sul posto; dall'altro, abbiamo i gelati di marche famose, di aziende che proseguono la loro attività di intossicazione globale ma lanciano "linee vegan", per accontentare quei poveri fessacchiotti degli ameriCani che pure spesso mangiano "fast food vegan", e ogni sorta di immondizia alimentare per cui hanno inventata l'etichetta globale di "junk food", o cibo-spazzatura... ma in versione "vegan".
E così i fessacchiotti si moltiplicano su scala internazionale, secondo l'estensione del potere commerciale delle aziende più popolari. Non per niente l'estate scorsa ho mangiato un (singolo) gelato "industriale", ma "vegan", e dopo il brivido della memoria di un'infanzia dimenticata, sono tornato a NON mangiare gelati, o cose dolci che non abbiano una buccia attorno.
Evito anche volentieri di ritornare su questo punto, che sembra confermare la pochezza mentale da parte di individui che si presumono più "responsabili", o addirittura tanto "evoluti" da evitare di mangiare cadaveri; in questo caso la meme è in Italiano, da un gruppo locale, e quindi nel mondo-di-parole questo tocca il blogger più dei tanti esempi dal mondo anglofono.
E' un vittoria soprattutto da parte dei produttori, e una sconfitta per i consumatori; ma fintanto che non saremo tutti produttori di ciò che consumiamo -l'assurdità dell'utopia naturale- non avremo mai il reale controllo delle nostre vite Qui e Ora, su questa stessa Terra che continua a crescere qualunque cosa buona per tutti noi, e viene ignorata da tutti i Giocatori di Monopoly di questo mondo; che sono, appunto, tutti.
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Lunedì; un bell'esempio calzante, anzi fumante da Mr. Damien Walsh su Vegan UK:
Chi può davvero credere che questa roba faccia bene?
...
Il paradosso umano è inevitabile fintanto che si parla di umani; questo è l'esempio odierno offerto da un Mr. Wally Tedrick su Facebook, che condivide la meme di VeganTruths:
Trad.: "SE DIO
AVESSE 'FATTI GLI ANIMALI DA MANGIARE PER NOI'
PERCHE'
UNA DIETA A BASE DI PIANTE
INVERTE LE MALATTIE
CHE SONO CAUSATE DALLA CARNE"
Nella prospettiva pranica il fattore spirituale è predominante: si può credere che "dio" abbia creati gli animali "da mangiare per noi", è una questione di fede, mentre il fatto certo sembra essere che mangiare cadaveri di qualunque specie sia un'attività deleteria (chi l'avrebbe mai detto) e dunque contempliamo i fatti dal punto di vista del credente, dove quella entità misteriosa chiamata "Dio", il creatore di tutto e di tutti, che esiste in una dimensione metafisica, probabilMente ha qualche interesse nel riavere le sue creature nella loro forma più sottile, o spirituale, e per ottenerla è necessario sbarazzarsi dei loro contenitori, delle prigioni materiali, della gabbia toracica e della scatola cranica, ma anche di tutto il resto.
Se questo dio ci avesse voluti in perfetta salute per l'eternità non esisterebbero le malattie e la morte, e di fatto questa è la condizione dello spirito, che non muore mai; invece conosciamo la natura cagionevole e mortale dell'uomo, qualunque cosa possiamo credere, sappiamo di essere in viaggio verso una certa meta che è quella finale, definitiva per l'indiviDuo nato su questa Terra.
La questione di fondo è sempre enigmatica, quella del chi merita cosa; che tu consideri la vita come un dono oppure come una dannazione, è ciò che rende la tua morte una dannazione oppure un dono, e ogni cosa di questa esistenza terrena è relativa soltanto al nostro punto di vista in merito.
Ma la grande industria e il mercato globale della malattia, in linea generale, non si possono giustificare tanto facilmente sulla base di un ragionamento filosofico, del tipo "tutti vivremo felici e contenti nell'altro mondo, quindi vendendo i bastoncini di pesce faccio un favore tanto ai pesci che ai loro mangiatori". E' un ragionamento da serial-killer, e non da capitano d'industria, ma è quello di Capitan Findus... sempre che i managers della Findus non credano davvero che dei resti di pesci morti avvolti in uno strato di glutine e poi fritti possano essere in qualche modo benefici per il consumatore.
...Chi può credere in una cosa del genere?
E' un caso particolare, ma anche se particolarMente odioso è inutile insistere sul caso degli sterminatori degli oceani come su quello degli allevamenti intensivi, sono tutti crimini contro l'umanità nel senso più stretto e più ampio possibile, dai polli a cui il fattore tira "umanamente" il collo, dopo averli chiamate per nome per tutta la loro breve vita, ai disastri ecologici causati da metodi di pesca devastanti per l'ambiente. Perché dovrebbero avere dei sensi di colpa, fintanto che esiste -da sempre- una domanda di mercato che soddisfano con la loro offerta? Gli operai nei macelli probabilmente si assicurano le parti migliori dei cadaveri scannati durante le loro giornate di lavoro, e del resto esistono scaffali dei supermercati da riempire, come le pancine dei bambini che vogliono l'Happy Meal...
Fintanto che il mondo sarà popolato di zombies affamati di carne morta (nessuno vorrebbe mai addentare un esemplare vivente, perché nessun umano è davvero carnivoro, e se lo fosse non avrebbe gli strumenti per assimilare le sue prede in un contesto bioLogico naturale) esisteranno allevamenti e macelli, e quindi malattie e morti prevenibili, e questo è senz'altro un disegno messo in atto da tempo immemorabile, che soltanto oggi sembra rivelarsi poco a poco al Gentile Pubblico Pagante.
Secondo qualcuno una dieta "vegan" inverte il processo di costante degrado che è dovuto in massima parte all'intossicazione alimentare in generale, e in particolare dal consumo di carcasse animali, che hanno il pregio commerciale di interessare anche le facoltà mentali dell'umano sarcofago; sembra anche che alcune patologie croniche gravi e invalidanti come i cancri e le malattie cardiovascolari siano causate in massima parte proprio da quei tessuti animali che secondo i libri di scuola sono indispensabili alla vita dell'uomo. EvidenteMente, il fantomatico Sistema è il colpevole.
Quando però l'americano bigotto di turno tira in ballo la questione etica vista nella prospettiva religiosa, per me è inevitabile riflettere, cioè porre il suo stesso pensiero in forma speculare; il suo dio non l'ha reso immune alle malattie, e non l'ha creato perché esista eternamente, fino alla consunzione dei tempi. Può credere di mangiare un pezzo del suo dio fatto di una carne che è simbolicamente pane, e finanche bere un simbolico sangue diVino, ma tutta questa macabra simbologia che rispecchia la realtà di bistecche e hamburger nel suo piatto, e qualunque cosa si tracanni fuori dalla chiesa, non lo ha mai portato a considerare il quadro sinottico alla giusta distanza, e con il dovuto distacco "logico"?
Io sono "vegan" da tempo; ormai da otto anni circa non tocco carcasse, né tessuti solidi o liquidi di origine animale, e non posso proprio lamentarmi del mio stato di salute, che di fatto ho conosciuto in quanto tale solo dopo la disintossicazione da questi -e non altri- veleni; ho smessi gli zuccheri e l'alcol, e senza alcuno sforzo di volontà sono passato da uno stato di perenne malattia ad una salute di ferro, che non posso spiegare altrimenti se non con il cambiamento nella mia dieta alimentare.
Ma resta una vita da vivere, in e un mondo che è necessario amare in seguito ad una simile scelta, anche dopo l'intera vita "dissoluta" precedente al cambiamento; ed è un mondo disastrato da governi criminali, masse di indole ovina che mangiano carne, tecnologie primitive, burocrazie selvagge, televedenti e automuniti, e insomma lo sappiamo bene come stanno le cose, per chiunque.
Si capisce almeno perché qualcuno è talmente folle da pregare dio, e qualcun altro è tanto folle da non farlo mai.
Concludo la parentesi alimentare con questo pensiero perché -appunto- lo condivido, assieme a Mr.
Scott Moore:
Trad.: "Il cibo non è soltanto calorie, è
informazione. Esso parla al vostro DNA
e gli dice cosa fare. Lo strumento più
potente per cambiare la vostra salute,
l'ambiente e l'intero mondo è la vostra forchetta.
Dr. Mark Hyman"
Qualche tempo fa abbiamo letto che il DNA è suscettibile di mutazioni orizzontali, definite da Wiki processi "nel quale un organismo trasferisce materiale genetico ad un'altra cellula non discendente."; (https://it.wikipedia.org/wiki/Trasferimento_genico_orizzontale); se non che intendiamo conseguire una laurea in ingegneria genetica, possiamo soltanto immaginare cosa significhi questo a livello simbiotico, avendo riConosciuto il sistema cellulare dominante nel microbiota.
L'idea del "cibo" come informazione è determinante, per quanto sia arduo figurarsi quest'ultima in forma di energia; nella prospettiva pranica, si tratta del cibo più pesante in assoluto, che è quello solido, rispetto appunto a quello pranico, che è in forma gassosa; le qualità particolari relative ai singoli elementi di questa immensa categoria sono tutte secondarie e relative alla qualità elementale della materia, ma di nuovo, se pure l'assurda idea di mangiare un pezzo di carcassa non distoglie il consumatore sarcofago dal suo pessimo intento (perché è stato cotto a puntino e condito in abbondanza) l'informazione che esso riceve assieme alle "calorie" non può che essere un'informazione mortale, anche -o soprattutto- a livello genetico. Si tratta di DNA che viene a contatto con delle informazioni genetiche aliene, ovvero un altro tipo di DNA contenuto nella carne ingerita, e che resta per ore o anche giorni all'interno del sistema digerente, un contenitore fatto di "carne", composto di tessuti anche geneticamente simili al suo contenuto.
Vediamo quindi che l'idea di atteggiamenti e comportamenti "bestiali" da parte dell'utenza sarcofaga non è poi tanto "figurata" come la si potrebbe figurare in un contesto meno prossimo alla bestialità dei suoi costumi selvatici, imposti ad ogni cittadino civilizzato in forma di "verità scientifica".
Anzi, piramidale.
Per chi -come il blogger- ha qualche difficoltà anche nell'immaginarsi la meccanica disastrosa della mutazione genetica orizzontale, Wiki ci offre un esempio in cui il veleno è rappresentato dai farmaci:
"TGO nei procarioti
Il trasferimento genico orizzontale è comune fra i batteri, anche fra quelli che sono distanti. Questo processo si considera come una causa importante nella resistenza ai farmaci. Quando una cellula batterica consegue tale resistenza, può trasferire rapidamente questi geni ad altre specie. I batteri enterici interscambiano materiale genetico attraverso l'apparato gastrointestinale nel quale vivono. Esistono 3 meccanismi comuni di trasferimento genico orizzontale:
- Trasformazione, l'alterazione genetica della cellula risultante dalla introduzione, assorbimento ed espressione del materiale genetico di altri batteri (DNA o RNA). Questo processo è relativamente comune nei batteri, ma meno comune negli eucarioti. La trasformazione normalmente si usa per inserire nuovi geni in batteri da esperimenti, o per applicazioni industriali e mediche.
- Trasduzione, il processo nel quale il DNA di un batterio passa ad un altro attraverso un virus batterico (un batteriofago).
- Coniugazione batterica, un processo col quale una cellula batterica vivente trasferisce materiale genetico attraverso il contatto con altra cellula mediante un pilo coniugativo."
Quale potrebbe essere un veleno per il quale non si produce alcuna resistenza, data (forse) l'affinità genetica con il sistema che insidia? Non un veleno sintetico, come i farmaci; infatti essi possono creare resistenza, per cui "Il trattamento prima tossico per gli organismi ora diventa tollerato".
Potrebbe essere un veleno vegetale, naturale, tollerabile, ma esiste un tipo di acido deossi-ribonucleico ancora più simile a quello umano; io ho elaborata la mia solita teoria della cospirazione anche per questo caso, ma non intendo tediare più a lungo il mio lettore con le mie fissazioni...
Sono sempre dell'idea che mangiare cadaveri sia essenzialMente sbagliato, e che non occorrano altre parole per dirlo. Beato chi la capisce senza farla tanto lunga.
...
Sembra che soltanto a me sia piaciuto il link seguente:
Eppure dovrebbe piacere a tutti perché, a differenza di farmaci e alcol la Cannabis non fa male... e si può piantare in giardino assieme al basilico e al rosmarino... O meglio, si potrebbe.
Qui si legge che negli states in cui è permesso utilizzare questa pa/na/c(e)a (è il solito anagramma sillabico con aggiunta di vocale, il gioco-di-parole della Canapa) si è registrata una drastica riduzione nelle vendite di altre "droghe" terapeutiche, dove il "73% dei consumatori di cannabis medica ha dichiarato di aver usato la cannabis come sostituto di altri medicinali", così come "il 46%, ha dichiarato che probabilmente sostituiranno almeno parte del consumo di alcol con la cannabis in futuro."
Questo è probabilmente vero anche per i tabagisti, per quanto a differenza delle altre industrie quella del tabacco è compatibile con il mercato della Canapa, come fornitrice di combustibile additivo; ma dubito che sopravviverebbe alla legalizzazione totale di una sostanza che brucia benissimo da sola, e senza gli effetti collaterali noti del tabacco...
Chi ancora non conosce gli infiniti pregi della Canapa, a partire da quelli psicoLogici, non è in grado di comprendere il potere che viene fermaMente contrastato fin dal 1937 dalle più potenti lobbies governative nel mondo intero; per i suoi 1001 usi la Cannabis ha 1001 rivali, ma a quanto pare il più accanito sembra essere la solita gente, in part. quella che vive nel cuore del nostro Paese, e purtroppo anche dei suoi abitanti. Perché il pregio più grande e innegabile della Cannabis è la sua capacità di aprire la mente del consumatore, di espandere il suo pensiero, la sua immaginazione, con ogni conseguenza nel bene e nel male; e questo per lo Status Quo è sempre, in ogni caso, il peggiore dei mali. Perché, ormai è dimostrato da molti paesi stranieri, sarebbe soltanto un gran Bene per tutti, ovvero un gran male per quei pochi che comandano tutti a bacchetta.
L'industria può resistere, adattandosi ad una grande rivoluzione come quella della legalizzazione, e in questo momento l'economia ne avrebbe un gran vantaggio; ma per il Sistema, per come lo si intende oggi, non sarebbe altrettanto facile, e i cambiamenti richiesti a quanto pare non sono un gioco che vale la candela per chi detta legge nel Belpaese. E' una rivoluzione del pensiero, della coscienza collettiva, della "cultura" che non sarebbe più soltanto un sinonimo di "coltura", e le implicazioni di tipo intellettuale, filosofico, mistico e quindi religioso potrebbero risultare fatali per la Grande Industria Religiosa (e Più Grande Holding Company Della Storia) chiamata "Chiesa di Roma".
D'altro canto, lo sappiamo, è l'"America" a decidere il trend, e oggi non possiamo evitare questa tendenza per definire i costumi sociali; gli USA hanno una industria intera dedita alla costruzione di modelli comportamentali, lo showbiz, i "fenomeni" editoriali e massmediatici, Hollywood con tutte le sue stelle, i formats televisivi, etc. etc.
Forse alla fine, quando riusciranno a trovare il modo di monopolizzare la Canapa come il tabacco e l'alcol, se lo faranno, ogni altro aspetto della questione si rivelerà trascurabile; in questo potenziale periodo di transizione il paradosso umano sta assumendo proporzioni mai raggiunte prima, e tutti noi consumatori consapevoli che le stiamo vivendo in prima persona siamo i testimoni di un tempo di insania totale e ipocrisia assoluta in ogni organo di potere, una farsa di iniquità senza pari nella storia dell'umanità, che nemmeno fumandosi un etto di skunk ci saremmo potuti immaginare, prima di leggerla sui giornali e guardarla in TV.
E la farsa continua...
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Una Kristen Fisher scrive su Vegan UK:
"Questo è ciò che insegnano ai nostri bambini nelle scuole. Non ho parole!" (Trad. mia)
Una Kristen Fisher scrive su Vegan UK:
"Questo è ciò che insegnano ai nostri bambini nelle scuole. Non ho parole!" (Trad. mia)
Trad.: "Cibo per la crescita e le riparazioni:
questi cibi aiutano il corpo a crescere e a ripararsi:
Proteine - pesce, carne, latte, uova, fagioli, formaggio"
E' la prova che anche nelle scuole Inglesi si insegna il contrario della verità; e va notato che fra tutti i vegetali hanno scelto il più proteico, un frutto musicale che il "vegan" avveduto mangia solo di tanto in tanto... Questa è falsità pura, l'esatto opposto della verità, e il target sono le menti più deboli... Comprese quelle dei genitori. Sapere che è lo stesso in tutto il mondo "civilizzato" non è confortante; ma del resto l'abbiamo già vista abbastanza, la piramide alimentare è la stessa ovunque, ed è il monumento al potere mortale e venefico di certa gente contro la gente tutta.
Per quanto mi riguarda, questa propaganda scolastica è soltanto un'altra dimostrazione che i legumi vanno presi colle pinze, e più in generale che tutte le proteine sono dannose; altrimenti certa gente non insisterebbe tanto con questa storia.
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Se c'è qualcosa degna di nota oggi è il cambiamento del mio sottofondo, che da ieri notte, dopo anni e anni di rumore marrone (brown noise) dal sito simplynoise.com è passato a questo flusso ininterrotto di musica da YouTube:
E' già qualcosa.










